La storia di Celestino V

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L’INFANZIA ED I PRIMI ANNI A FAIFOLI

Pietro Angelerio nasce in Molise intorno al 1210, undicesimo di dodici figli, da famiglia di poveri e semplici agricoltori. L’infanzia di Pietro è circondata da fantasiose leggende che preannunciano una vita misteriosa e straordinaria. La sua vocazione alla vita religiosa si manifestò subito e, dopo attenta riflessione, bussò alla porta del monastero benedettino di Faifoli per essere ammesso a fare esperienza di vita monastica. Il giovane Pietro non ne rimase entusiasta giacché il suo spirito anelava ad una più rigorosa disciplina ascetico- contemplativa.

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L’INIZIO DELLA VITA EREMITICA

Dopo appena un paio d’anni, pur avendo nel 1231 professata vita monastica e osservata mirabilmente la regola tra tanti monaci santi, chiese di poter uscire dal monastero per votarsi all’eremo. Sognava i luoghi di quella famigerata Maiella dagli orridi pendii e dalle paurose grotte abitate, come si diceva, da diavoli, streghe e spiriti maligni d’ogni genere. Proprio lì voleva dirigersi per forgiare il suo spirito e cimentarsi nel supremo combattimento contro le potenze diaboliche. L’idea affascinò anche qualche suo compagno di noviziato, che decise di seguirlo. Ma a Castel di Sangro una tremenda bufera di neve interruppe il viaggio e fece desistere i suoi compagni dal continuare: Pietro rimase solo. Attese la primavera in un eremo nei pressi di Scontrone, dove tuttora si possono osservare i resti di un importante complesso monastico caro a Fra’ Pietro e alla devozione di quelle popolazioni. Raggiunta la Maiella, si fermò ad una grotta del monte Palleno, il Porrara, che oggi ospita il santuario della Madonna dell’Altare nel Comune di Palena. Qui inizia la vita eremitica vera e propria: i primi segni di tentazioni e i primi segni celesti, la paura del buio e la compagnia degli angeli.

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IL SACERDOZIO

La gente notò la straordinarietà di quella presenza e iniziò a cercare frate Pietro: tutti vogliono conoscerlo, tutti vogliono parlargli. L’ammirazione è crescente, tanti vorrebbero confessarsi da lui; ma Pietro, per la sua propensione all’umiltà, aveva deciso di non accedere alla dignità sacerdotale e di rimanere laico. Certamente non gli era lontano il modello del poverello d’Assisi. Furono proprio quelli di Palena e del circondario a pregarlo e a convincerlo a diventare sacerdote, per poter meglio rispondere ai bisogni spirituali di tutti coloro che avrebbero fatto ricorso a lui. Pietro, poco più che ventenne, iniziò il suo iter studiorum a Fossacesia prima di passare a Roma. Nel 1237 fu ordinato sacerdote e subito dopo si trasferì sul Morrone per continuare la sua esperienza eremitica. La fama della sua bontà e della sua sapienza si divulga rapidamente. La gente parla di conversioni, di prodigi, di guarigioni: è considerato un santo. Pietro dovette sottrarsi a queste acclamazioni pubbliche, cercando luoghi più aspri e solitari. Valicò il Monte Morrone e si addentrò nei luoghi più impervi della Maiella. Si stabilì in una grotta troglodita, battezzata col nome di Santo Spirito. Anche altri eremiti avevano tentato di abitare questi luoghi tra l’ottavo e il nono secolo, ma avevano rinunciato scoraggiati dall’asprezza eccessiva del suolo e del clima.

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SANTO SPIRITO A MAIELLA

Qui Pietro stabilisce il punto di forza della sua ascesi mistica e di irradiazione della Congregazione dei suoi seguaci, da quando si accorse della presenza di alcune centinaia di uomini desiderosi di vivere la sua esperienza e di averlo come maestro spirituale. Non era nelle sue intenzioni fondare una congregazione, tuttavia l’accettò e la denominò “Fratelli Penitenti dello Spirito Santo” (Celestini). Ne dettò le regole e ne sancì la rigida disciplina. La Maiella diventa la scuola di spiritualità più importante del momento: tra i docenti anche alcuni francescani spirituali, tra cui Clareno e l’Olivi, i quali raggiungevano Santo Spirito o Sant’Onofrio nottetempo (perché scomunicati e perseguitati). L’eremita della Maiella si formò non unicamente alla teologia, alla meditazione e alla contemplazione. I continui spostamenti, gli innumerevoli contatti sociali, le realizzazioni di strutture, come ospizi e mulini, fanno dedurre che la concezione eremitica di Pietro della Maiella non era quella codificata di gente avulsa dalla realtà, staccata dal contesto storico, disinteressata. L’eremita della Maiella si inseriva nel vivo delle dinamiche sociali attraverso una tipologia di evangelizzazione che mirava, ad esempio, all’affrancamento dei poveri dai loro padroni. Con le prime forme cooperativistiche, i poveri scoprivano l’amicizia e, conseguentemente, il benessere che li rendeva autonomi dalle periferie della città.

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IL VIAGGIO A LIONE

Frate Pietro, per la sua fama di santità e le sue virtù taumaturgiche, era largamente conosciuto. Dovunque egli andasse, la gente lo supplicava di restare, offrendosi di costruirgli un monastero per facilitargli la permanenza. Tutto ciò non ebbe luogo, come si potrebbe facilmente pensare, solo nel perimetro della Maiella, ma anche in zone molto più distanti all’interno della penisola italiana, oltre che in Francia, Germania, Inghilterra e Malta. Un avventuroso viaggio a piedi a Lione per perorare la causa della sua Congregazione (secondo le direttive di quel Concilio questa rischiava di essere sciolta assieme a tante altre congregazioni moderne) lo pose al centro dell’ammirazione di tutti i Padri conciliari e del pontefice Gregorio X. Di ritorno, passando per Firenze, si fermò a servire gli appestati: la città non dimenticò mai il servizio reso da frate Pietro, tanto che venne istituito un palio in suo onore. Non erano solo i poveri a conoscerlo, ma anche principi e regnanti devoti, con i quali poteva tessere rapporti diplomatici e perorare le cause dei deboli.

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LE FRATERNE

Da un decreto (1289) del Vescovo di Isernia, Roberto, si legge che: “… alcuni cittadini di Isernia, uniti da spirito di carità, per opera e premura del monaco Fra’ Pietro del Morrone, fecero una Frateria o Fraterna”. Tra di loro si chiamavano “fratelli”… per la dottrina che ricevevano dall’Eremita Santo e per gli esempi che ne ammiravano. Di questi pii sodalizi ne nacquero di nuovi, oltre quello di Isernia, Sulmona, Ortona, Lanciano, Vasto, Apricena, Scontrone, Castel di Sangro, Popoli, Chieti, Guardiagrele, Roccamorice. Alcuni gruppi raggiungevano anche le mille unità. Lo stesso Fra’ Pietro ne sancì lo STATUTO:
– Fare delle elemosine
– Recitare un certo numero di Pater Noster per i vivi e per i defunti
– Astenersi dal peccato grave
– Mantenere il mutuo affetto
– Visitarsi vicendevolmente nella infermit
– Somministrare il necessario ai fratelli più bisognosi, dotare le fanciulle povere, prendere le difese delle vedove e degli oppressi
– Compiere, secondo le possibilità, le opere di misericordia

Celestino va riletto in questo contesto. Non sarebbe altrimenti comprensibile come mai, ad esempio, nel giro di due o tre anni si trasforma il Gargano, s’innerva una rete di monasteri con al centro la Badia di S. Giovanni in Piano, rifiorisce l’economia agro-pastorale e si realizza il progetto di sfruttamento dei suoi due bacini salati per l’allevamento ittico. Si diffonde l’immagine di Fra’ Pietro seminatore di speranza amato dalle folle della povera gente.

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IL XIII SECOLO

Il secolo XIII racchiude eventi e personaggi straordinari nella storia della cristianità. Tra gli avvenimenti ben tre concili Ecumenici: Lateranense IV (1215), Lionense I (1245), Lionense II (1274). Tra i personaggi, San Francesco d’Assisi, Domenico di Guzman, Bonaventura da Bagnoregio, Alberto Magno, Antonio da Padova, Tommaso d’Aquino. Manfredi è sconfitto e ucciso a Benevento (1266). Corradinosconfitto a Tagliacozzo finisce sul patibolo a Napoli (1268). Alla politica imperiale dei Papi successe quella angioina: conseguenze dirette nuove aspirazioni di libertà, fermenti ereticali, corruzioni curiali, divisione del Collegio cardinalizio, contrapposizione tra Ecclesia carnalis ed Ecclesia spiritualis. Da oltre due anni i Cardinali riuniti in Conclave a Perugia non riescono ad eleggere il successore del Papa Nicolò IV, deceduto nel 1292.

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IL PAPATO E LA BOLLA DELLA PERDONANZA

Fra’ Pietro di Morrone il 5 luglio 1294 venne infine eletto Papa: l’evento assunse il carattere della sensazionalità. In quel particolare momento storico la cristianità ebbe l’impressione che si fosse avverata la profezia di Gioacchino da Fiore: l’avvento di un “Pastor Angelicus” per l’era dello Spirito Santo. Segni convincenti furono certamente le stimmate di Francesco d’Assisi e il fatto che sul trono di Pietro sedesse, finalmente, un Pontefice Santo. Fu dura accettazione per Fra’ Pietro, eppure non rifiutò, ma volle essere incoronato a L’Aquila davanti alla Basilica di Santa Maria di Collemaggio, da lui fatta costruire e dedicata all’Assunta. La Perdonanza fu il primo atto papale esploso nella sera della incoronazione, di sapore tutto gioacchinita, fin nella terminologia. Non si trattò solo della remissione dei peccati ma di una vera e propria riconciliazione sociale. Infatti ordinò ed ottenne la rappacificazione delle fazioni cittadine e ingiunse allo stesso re Carlo II D’Angiò di perdonare gli Aquilani ribelli. Nell’attuale contesto morale, in cui l’uomo è più incline a considerarsi vittima che colpevole, al Perdonanza è da intendere come una proposta di perdono verticale e orizzontale (riconciliazione con Dio e con i fratelli, con il creato), una spinta educativa delle coscienze alla capacità non solo di offrire ma anche di chiedere perdono. Non si trattò, quindi, della semplice concessione di un privilegio indulgenziale ma della perentoria richiesta di un impegno morale vero. Siamo interpellati se vogliamo essere accademia o Pentecoste.

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LA RINUNCIA AL PAPATO

Deposto il massimo pontificato, come un peso che gli dava morte, con tale disio se ne tornò all’antica solitudine, come se fosse stato slegato da ostili ceppi. Il qual fatto del solitario e Santo Padre attribuisca pure chi voglia a viltà d’animo, io lo giudico che fu gesto di animo elevatissimo, più che libero e non soggiogato da passioni e veramente celeste, e giudico che non poté farsi ciò se non da un uomo che stimasse le cose umane per quelle che valgono. Non è da cuore debole e infingardo, come giudicano gli amatori di questo secolo, disprezzare le ricchezze, avere a nausea gli onori che tramontano. Lasciaron gli altri le navi e le reti, le altre piccole robe, altri il telonio, altri anche regni e la speranza dei regni per farsi santi e amici di Dio. Ma il papato, di cui non vi è cosa più alta, tanto desiderato e magnificato, chi mai in qualunque tempo, soprattutto da quando si cominciò a stimare tanto, lo disprezzò con animo più eccelso e sorprendente di questo Celestino? Solo anelante del suo primero nome e luogo e della povertà, Lui che nel guardare il cielo dimentica la terra. Era passato tra usurai, simoniaci e barattieri di ogni tempo ed era rimasto se stesso. A Napoli, dove Celestino aveva trasferito la sede pontificia, Re Carlo II D’Angiò fremeva per la situazione che vedeva sfuggirgli di mano. Esercitò delle pressioni su Celestino per farlo desistere dal suo proposito di rinuncia. Organizzò un corteo di popolo, notabili e clero che andarono a gridare e a scongiurare sotto la finestra del Papa, ma tutto inutile. Il Papa era ormai inflessibile. Aveva fatto preparare per tempo la sala del Concistoro. La mattina del 13 dicembre i Cardinali vi prendono posto. Ecco entra il Papa, sguardo sereno ed altero, si avvia verso il trono tenendo stretta una pergamena arrotolata. Guarda tutt’intorno e dice: “Molti di voi si stupiranno della mia decisione ormai irrevocabile di rinunciare al pontificato…” Sale sul trono, srotola la pergamena e legge: “Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe (di questa plebe), al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore, la Chiesa Universale.” Matteo Rosso Orsini chiede al Pontefice di emanare una speciale costituzione nella quale fosse specificato che il Papa, per giusta causa, aveva facoltà a rinunciare al suo supremo grado. Era un dettaglio burocratico, ma necessario per evitare che qualcuno potesse, un giorno, invalidare l’elezione del successore. Celestino non ebbe alcuna esitazione, dettò lì per lì, allo stesso Orsini, il testo della Costituzione e subito lo sottoscrisse. Poi si alzò dal trono, raggiunse il centro della sala e qui, tra lo stupore generale, seduto a terra, cominciò a spogliarsi delle vesti papali. Tolse dal capo la tiara e la depose sul pavimento, si tolse l’anello, si spogliò del piviale rosso, della stola e della cotta. Si alzò in piedi e rivestì il suo vecchio, logoro saio morronese. Austero, sereno e a fronte alta, Celestino attraversò la sala, tra gli ori e le porpore dei Cardinali. E uscì. Così come aveva espressamente manifestato, Celestino era intenzionato a tornare alla sua solitudine, al suo eremo, al Morrone, in pace. Invece si aprì il capitolo più tremendo della sua vita.

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CELESTINO V E BONIFACIO VIII

Al seguito del corteo papale che accompagnava il neo eletto Bonifacio VIII da Napoli a Roma, a metà strada Celestino si dilegua nella notte. Un drappello di uomini armati della scorta di Bonifacio VIII lo raggiunge al Morrone, sfinito e orante nella grotta. Per compassione lo lasciarono lì e tornarono al papa senza l’ostaggio. Bonifacio s’infuria, il drappello si precipita nuovamente al Morrone, ma Celestino non c’è più. Sulle vie dei tratturi ha raggiunto il Gargano. Vuole andare in oriente, allontanarsi definitivamente dall’intrigo politico curiale. Bonifacio trema per le sorti della chiesa e per la legittimità della sua elezione che già è messa in discussione. Si paventa uno scisma. Il popolo aizzato anche dagli Spirituali, continua a riconoscere Celestino come Papa legittimo. Il disperato intervento di Bonifacio è di segregare Celestino e di togliere ogni possibilità di comunicare con lui. L’intervento di Bonifacio non è diretto alla persona di Celestino, che stimava puro e santo, ma alle macchinazioni dei suoi nemici i quali sostenevano l’invalidità del suo pontificato sbandierando l’invalidità della rinuncia del suo predecessore. Una pagina difficile nella storia della Chiesa che non sempre ha trovato intelligenza interpretativa ma piuttosto acre pregiudizio. L’amore per l’unità della Chiesa era uno per Celestino e per Bonifacio. Il provvedimento di Bonifacio per evitare uno scisma di fatto, non è dissimile dall’intenzione di Celestino di allontanarsi fino alla Grecia, terra di romiti ed anacoreti, e far perdere le sue tracce. Non fu serietà paragonare Celestino al Bambino che fugge in Egitto, e Bonifacio ad Erode. Penso che quella sottile paura che la Chiesa ha di Celestino, ancora oggi, sia dovuta proprio a questi equivoci storiografici, che le hanno impedito di godere e di gioire di una purezza di testimonianza tra le più splendenti della sua storia. La fuga di Celestino fu impedita prima dal mare in burrasca che non gli permise l’imbarco da quelle amiche coste garganiche e poi perché fu riacciuffato dai soldati dell’altro suo amico, Re Carlo.

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GLI UNDICI MESI A FUMONE

Dopo che quest’uomo di Dio arrivò nel Castello di Fumone e venne rinchiuso nella torre di esso rese grazie a Dio e disse: “ho desiderato una cella e una cella ho avuto, così come è piaciuto alla tua pietà, Signore Dio mio”. E si rallegrava molto per avere ritrovato un tale carcere. Domandò che gli dessero due dei suoi monaci coi quali recitare il divino Ufficio. Subito gli venne concesso. Ma quei monaci non poterono tollerare il carcere e bisognava spesso portarli fuori perché infermi, e li cambiavano con altri sani. Finalmente gliene vennero dati due che rimasero fino alla sua morte. Era tale la strettezza di quella torre che, dove teneva i piedi quel Santo Uomo per celebrare, quivi posava il capo per dormire. E perché ai suoi frati era troppo disagevole restare a quel modo, sempre li confortava alla pazienza per amore di Dio. E mai si turbava né per la strettezza del carcere e né per la improbità dei soldati che lo custodivano. Gran custodia si faceva di lui, di giorno e di notte, da sei soldati e trenta uomini. E nessun uomo, chiunque fosse, si poteva accostare a lui e parlargli. E così per undici mesi rimase qui in stretta custodia. Bonifacio ordinò che fosse trattato “Con ogni riguardo”, ordinò per lui “Ogni comodità”. Celestino non solo le rifiutò, ma lo pregò a dargli una piccola cella come quella del Morrone. E Bonifacio per far piacere al Santo, ordinò che gli venisse costruita. Il Santo con grande allegrezza vi dimorò. Solo gli venne tolta la libertà di comunicare con quelli di fuori. Ma questo fu anche fortissimo desiderio di tuta la sua vita ermetica. Infatti quand’era sulla Maiella solo per spirito di carità si mostrava alle turbe che traevano a lui, e ne era infastidito. Tre quaresime l’anno però non si mostrava a nessuno. In Fumone trovò quindi quello che desiderò sempre. Perciò vi stette con tanta allegrezza e ne uscì solo per volarsene al cielo.

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LA MORTE E LA SANTIFICAZIONE

Ecco giunta l’ora della sua MORTE. Volle l’Onnipotente rimunerare tanta pazienza per lui e dargli il riposo dopo sessantacinque anni di penitenza. E così fu. Aveva per costume questo Santo, nei giorni che corrono l’Ascensione a Pentecoste, di passarli con molta devozione e in più fervida preghiera per riverenza allo Spirito Santo. Passati che furono quei giorni, nella domenica di Pentecoste, celebrò la Santa Messa, come di consueto, con divino ardore. In quello stesso giorno chiamò i soldati che lo custodivano e disse loro: “Molto vi siete affaticati per me, spero però in Dio che di breve vi riposerete.” E quelli risposero:”E perché padre santo dici queste cose?” E lui:” Figli fino al giorno di domenica saprete di me.” E da quel giorno cominciò a sentire una infermità che sempre più cresceva. Ciò vedendo i soldati mandarono il medico, il quale vistolo e tastandolo disse che era mal di morte. Ed egli l’aveva già predetto ai suoi monaci, perché aveva una certa postema dal lato destro che molto lo tragliava. Fece amministrarsi l’Olio degli infermi e, certo della sua morte, disse ai suoi monaci che gli permettessero di riposare. Ma dove voleva riposarsi? Aveva una tavola con un tappeto e un mantello. Costui che aveva tenuto in mano il dominio del mondo e che d’ogni cosa si era spogliato per guadagnare Cristo, giace su una tavola infermo e vecchio! Cominciò a pregare e recitare i salmi e ammonire i suoi monaci perché pregassero. Così stette per quella settimana sino al sabato. Di null’altro parlavasi da lui e dai suoi monaci, se non di Dio e si lodava e pregava. I soldati che lo custodivano riferirono al Papa e a tutti gli altri che dal venerdì fino all’ora della sua morte, videro avanti la porta della sua camera dove giaceva, una Croce di color oro, non affissa in nessun luogo, ma pendente in aria. I monaci che quivi erano, amarissimamente afflitti per la condizione del padre loro, non vollero uscire a vederla. Nel giorno del sabato, l’ultimo della settimana di Pentecoste consacrata allo spirito Santo, all’ora del vespro, dopo la recita dell’ultimo salmo del salterio, con voce tenuissima che appena poteva sentirsi, incalzando sempre più la molestia del corpo, esclamò: Omnis Spiritus Laudet Dominum. Tra l’eco di queste parole, si addormentò. Era la sera del 19 maggio 1296. I discepoli piansero per la morte del Maestro: “il padre dei padri, il pastore dei pastori che come angelo di Dio conversava in terra, ci lasciò tutti. Poveri noi miseri! Che facciamo ora? Che diremo? In chi troveremo aiuto e scampo? L’aiuto mancò, lo scampo perì e salutare consiglio non si trova. O poverelli di Cristo, piangete con noi, perché il vostro soccorritore, il vostro padre lo avete perduto, e non ritroverete più quegli che era solito colmare le vostre mani vuote. Vi difendeva dai padroni che vi opprimevano, vi proteggeva a tutta forza da ogni avversità, risanava voi e i vostri infermi. Se dai nostri Superiori saremo afflitti ed oppressi, a chi ricorreremo? Esso riprendeva i nostri maggiori e non lasciava affatto opprimere i sudditi. Ora che faremo? Poveri noi, orfani abbandonati, che perdemmo l’aiuto e il consiglio di tanto padre! Ecco che i tuoi discepoli, per la tua dipartita, sono ingiuriati ed oppressi in vari luoghi da diversi signori, ed i beni dei monasteri sono rapinati.” Pietro del Morrone è la nuova Chiesa. Magistero dell’Esempio. Taumaturgo. Dopo aver incontrato i grandi dell’intelletto: Petrarca, Alighieri, Jacopone da Todi, Tommaso da Sulmona. Bartolomeo da Trasacco, Buccio di Ranallo, coinvolti tutti nell’enigma della rinuncia, egli rimane splendido. L’umiltà che per la prima volta tocca il soglio di Pietro e torna incontaminata, umiltà. Papa Clemente lo innalza agli onori degli altari. E’ l’inno del signore 1313, quando dai silenzi di Celestino esce la “voce”: quella delle campane che da Avignone annuncia al mondo che l’uomo della “rinuncia” è il Santo.

Conosci Celestino?

I temi del potere come servizio, della pace raggiunta con la riconciliazione (la Perdonanza), della solidarietà come mezzo di sviluppo economico e sociale (le Fraterne) e la scelta della povertà e della solitudine (eremitismo), come strumenti di elevazione spirituale costituiscono il fondamento della missione e del messaggio celestiniano, fonte di rinnovamento religioso, sociale e culturale. La sua attualità costituisce fonte di ispirazione per le moderne generazioni, impegnate a riscoprire gli autentici valori in una società tormentata dai mali che il processo di secolarizzazione porta inevitabilmente con sé.