Domenica scorsa, nel cortile della Mensa Celestiniana a L’Aquila, la scena parlava da sola: una lunga fila di giovani in attesa di un pasto caldo, ma con lo sguardo perso nel freddo di dicembre. Erano 32 ragazzi, in gran parte pakistani e afgani, arrivati in città lungo la rotta balcanica e ritrovatisi senza un riparo in notti gelide (approfondimento – laquilablog.it).
Alcuni di loro avevano dormito all’addiaccio, perfino dentro un’auto abbandonata, affrontando temperature di -5°C con addosso solo le coperte di fortuna distribuite dai volontari (approfondimento – ansa.it).
“Sono passato alla mensa e sono stato circondato da 32 ragazzi che da giorni chiedono aiuto”, racconta Pierino Giorgi, presidente della Fraterna Tau che gestisce la mensa (approfondimento – laquilablog.it).
In quell’abbraccio collettivo di speranza e disperazione, è come se l’intera città avesse ricevuto un appello silenzioso:

non lasciateci soli.

Questa scena, avvenuta proprio a ridosso del Natale, ci pone di fronte a una realtà che non possiamo ignorare.
Mentre molti di noi preparano le feste nelle proprie case riscaldate, c’è chi una casa non ce l’ha affatto.
E alla Mensa Celestiniana, ogni giorno, volontari e operatori cercano di trasformare la sofferenza in possibilità, offrendo non solo cibo caldo, ma ascolto e vicinanza umana.
La fila di quei 32 ragazzi non era fatta solo di corpi infreddoliti in cerca di minestra: era una fila di storie, di coraggi e paure, di vite giovani sospese in un limbo.
Era, in definitiva,

una fila di speranza

la speranza di trovare accoglienza anche quando tutto intorno sembra ostile.

Volontario della Mensa Celestiniana consegna coperte a giovani migranti infreddoliti durante una sera d’inverno a L’Aquila.

Il Movimento Celestiniano nasce con la missione di “esserci” accanto agli ultimi, ogni giorno, lontano dai riflettori.
Nella sua dimensione quotidiana, l’accoglienza si concretizza in gesti semplici: un piatto caldo alla Mensa di Celestino, una parola gentile allo sportello sociale, una coperta pulita offerta con il sorriso.
Non chiamiamoli “servizi”, perché in realtà sono relazioni: ciascun volontario sa che dietro ogni richiesta c’è una persona con la propria dignità ferita, e che la carità non è mai assistenzialismo, ma condivisione.
La nostra mensa non nasce da un progetto su carta, ma dal cuore di una comunità che ha scelto di restare e farsi prossimo a chi soffre.

Tuttavia, negli ultimi tempi questa accoglienza discreta è stata messa duramente alla prova. L’arrivo continuo di migranti in transito – spesso giovanissimi partiti da Paesi lontani – ha fatto emergere limiti e criticità.
In una sola settimana, siamo passati dall’accogliere qualche volto nuovo all’abbracciare decine di ragazzi mai visti prima, stanchi, affamati e infreddoliti.
Offrire loro un pasto e dei vestiti caldi è stato immediato, istintivo. Ma quando la notte scende e le temperature precipitano, non basta una minestra per scaldare il cuore e le ossa.
Di fronte a questa emergenza umanitaria, la rete dei volontari si è trovata come Davide davanti a Golia: con tante buone intenzioni ma con risorse limitate.

Le richieste dei ragazzi incontrati alla mensa sono tanto modeste quanto fondamentali: chiedono coperte, giubbotti, maglioni – piccoli aiuti immediati che però non risolvono il vero problema, perché poi la notte li vede comunque esposti al gelo (approfondimento – laquilablog.it).
Andarsene a casa la sera sapendo che decine di persone dovranno dormire al freddo lascia un magone difficile da mandar giù, come confida Pierino dopo aver parlato a lungo con quei ragazzi tramite un interprete (approfondimento – laquilablog.it).
Nasce da qui un grido che non è più soltanto dell’associazione, ma dell’intera comunità: come possiamo accettare che nel 2025 esseri umani dormano per strada, nella nostra città, nell’indifferenza generale?

Giovani migranti osservano vetrine natalizie illuminate durante una notte fredda e piovosa, simbolo del contrasto tra luce e gelo.

L’esperienza di queste settimane ha insegnato una lezione chiara: non può essere la rete informale dei volontari da sola a reggere sulle spalle un flusso continuo di persone in difficoltà (approfondimento – laquilablog.it).
La generosità individuale, per quanto enorme, rischia di diventare una goccia nel mare se non si costruiscono soluzioni più ampie.
Pasti caldi e vestiti pesanti servono, ma sono misure tampone (approfondimentolaquilablog.it).
Davanti a un’emergenza che da occasionale sta diventando quotidiana, occorre il coinvolgimento di tutti: istituzioni, associazioni, cittadini.
Proprio per questo la Fraterna Tau e altre realtà aquilane hanno scritto una lettera al Prefetto, chiedendo un incontro urgente per coordinare gli interventi e trovare soluzioni stabili, a partire dall’allestimento di un centro di accoglienza d’emergenza (approfondimenti – laquilablog.itansa.it).
Non si tratta di fare polemica o scaricare responsabilità, ma di unire le forze: l’inverno incombe e la situazione potrebbe farsi ancora più critica col gelo di gennaio.

Nel frattempo, senza attendere passivamente, ci siamo rimboccati le maniche. Il Movimento Celestiniano, insieme alla Fraterna Tau, ha avviato una raccolta straordinaria di materiali di prima necessità per affrontare il freddo: coperte, sacchi a pelo, giacche pesanti, maglioni, guanti, sciarpe, calzini termici, perfino alimenti a lunga conservazione (approfondimento – laquilablog.it).
Il punto di raccolta è stato allestito presso la mensa, in Via Paolucci 10 – un luogo simbolico, perché è lo stesso spazio dove ogni giorno i poveri trovano un piatto caldo.
L’invito a donare è stato raccolto con entusiasmo da molti cittadini: alcune famiglie hanno svuotato gli armadi dalle coperte inutilizzate, studenti e lavoratori hanno portato giubbotti e scarpe in buono stato, qualcuno ha contribuito con confezioni di pasta e scatolame.
Sono gesti piccoli, ma potentissimi nella loro concretezza: tengono viva l’idea che davvero ci si salva solo insieme.

Eppure, mentre ammiriamo questa solidarietà dal basso, sappiamo che non possiamo farcela da soli a lungo.
È una verità dura da ammettere per chi, come noi volontari, vorrebbe solo riuscire a dare una risposta a ogni necessità. Ma riconoscerla è il primo passo per coinvolgere tutta la comunità in un progetto più grande. “Stiamo affrontando una prova difficile, dai risvolti complicati”, si legge nella lettera inviata alle istituzioni, “sulla quale sarebbe opportuno riflettere seriamente insieme”(approfondimento – laquilablog.it).
Insieme: è questa la parola chiave. Significa che non basta la buona volontà dei singoli, serve l’organizzazione e il sostegno di un intero territorio.

Aiutare, a volte, ha bisogno dell’aiuto di tutti.

Persone costrette a dormire in auto durante una notte gelida, avvolte in coperte, con i vetri ghiacciati e la città lontana.

Di fronte a queste sfide, l’identità del Movimento Celestiniano torna alle sue radici più profonde, Celestino V, il Papa eremita che scelse la povertà e la mitezza, rifiutando il potere come dominio. Dal suo esempio traiamo la convinzione che la vera grandezza sta nel farsi piccoli accanto ai più piccoli.
Nella nostra esperienza quotidiana, questo si traduce in una carità vissuta non come assistenza dall’alto, ma come presenza al fianco di chi soffre.

“La carità non è un’idea o un semplice obolo per tacitare la coscienza”,
ha ricordato Papa Francesco,
“i poveri non sono numeri ma persone”
vaticannews.va.

Vuol dire che non basta fare qualcosa per qualcuno: è fondamentale essere con qualcuno.

In un mondo che spesso corre veloce, noi rivendichiamo la lentezza buona delle relazioni costruite giorno dopo giorno.
Non costruiamo progetti, costruiamo relazioni: legami di fiducia che curano le ferite invisibili della solitudine e dell’esclusione.
E se oggi raccontiamo la storia di questi 32 ragazzi, non è per pietismo né per fare notizia, ma per condividere con tutti voi il senso profondo di ciò che viviamo:

la fede che si fa opera, la speranza che si fa abbraccio.

La situazione di questi giovani migranti interpella la nostra memoria collettiva. Non molti decenni fa, eravamo noi italiani ad avere la valigia di cartone in mano, in cerca di futuro in terre straniere.
L’Aquila e l’Abruzzo conoscono bene le storie di emigrazione: basti pensare ai tanti che, nel dopoguerra, partirono verso l’America, il Nord Europa, l’Australia, spinti dalla povertà e dal desiderio di dare una vita dignitosa ai propri figli.
Persino Papa Francesco èra figlio di migranti: suo padre Mario partì dal Piemonte nel 1928 per cercare fortuna in Argentina, e sua madre Regina era figlia di emigrati italiani (fonte – vaticannews.va).
Le radici di tante nostre famiglie sono fatte di viaggi, di partenze coraggiose e di speranze appese a un treno o a una nave.

Chi arriva nella nostra città in queste notti fredde non è un “alieno” caduto dal cielo: è un figlio, un fratello che ha affrontato rischi e fatiche immani, spesso sfuggendo a guerre, persecuzioni o miseria.
Nessuno è diverso, se guardiamo con gli occhi della solidarietà: quegli occhi ci fanno vedere nell’altro un riflesso di noi stessi, delle nostre paure e dei nostri sogni.

Riscoprire l’accoglienza significa anche rompere il muro dell’indifferenza. Significa riconoscere che dietro la parola “migrante” ci sono volti e nomi.
Significa capire che la solidarietà non è un gioco a somma zero – non si “toglie” qualcosa a noi per darla a loro, ma arricchisce tutti.
Una città che sa accogliere è una città più umana per chiunque, perché mette al centro la dignità della persona.
Come ha scritto qualcuno, la civiltà di un popolo si misura da come tratta i più deboli: e allora, questo Natale, misuriamoci sul serio con quella civiltà che vogliamo incarnare.

Mancano pochi giorni a Natale, la festa per eccellenza della famiglia e dell’accoglienza. In questi giorni frenetici, presi dai preparativi, fermiamoci un istante a pensare: quale posto c’è, nel nostro presepe ideale, per i ragazzi come quelli incontrati alla mensa?
La storia del Natale ci ricorda di una famiglia che non trovò posto nell’alloggio e finì per ripararsi in una stalla.
Oggi, duemila anni dopo, quante porte restano chiuse di fronte a uomini e donne in difficoltà? E quante stalle – o meglio, quanti parcheggi e auto gelide – diventano ripari di fortuna per chi non ha altro?

In questo Natale 2025, il desiderio più grande del Movimento Celestiniano è che nessuno, ma proprio nessuno, resti indietro.
Che nessuno si senta diverso o abbandonato. È un augurio e insieme un impegno. La carità, dopotutto, non consiste nel fare grandi cose, ma nel fare spazio agli altri nella nostra vita. Quando lo facciamo, scopriamo che la differenza tra chi aiuta e chi è aiutato si assottiglia fino quasi a scomparire: siamo tutti parte della stessa famiglia umana, pellegrini sulla stessa terra.

Con il cuore rivolto agli ultimi, vogliamo allora lanciare un invito delicato ma sincero a chi legge queste righe. Venite a trovarci alla mensa anche solo per capire da vicino di cosa parliamo, condividete queste storie se vi hanno toccato, partecipate come potete a questa onda di bene.
Anche un semplice sorriso o un minuto di ascolto possono cambiare una giornata buia in una giornata di luce per qualcuno.
Qui non costruiamo progetti, costruiamo relazioni – ed è grazie a queste relazioni che, ne siamo certi, la speranza può trovare casa anche nell’inverno più rigido.

Buon Natale di cuore, nella gioia sobria e autentica di un’umanità ritrovata nella fraternità. Che sia un Natale in cui nessuno sia lasciato fuori al freddo.
Perché, come ci insegna il santo Papa Celestino, la vera ricchezza sta nel saper

accogliere l’altro come un dono

e in questo dono ritrovare il senso profondo del nostro essere comunità.

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