Ci sono luoghi che non sono solo muri. Sono gesti ripetuti, silenzi condivisi, mani che preparano, occhi che aspettano.
Per noi del Movimento Celestiniano, la chiesa in Piazza d’Armi non è “un prefabbricato”: è la chiesa identitaria degli ultimi, ed è un pezzo di storia umana della città dell’Aquila.
Qui non si è costruito solo un riparo dopo il sisma. Qui si è custodita una presenza.
Una presenza che molti aquilani ricordano senza bisogno di troppe parole: la carezza di Dio sulle sofferenze voluta fortemente da Padre Quirino, da Bertolaso e da Gianni Letta.
Diventata la chiesa dell’”eccomi” di coloro che si sono voluti impegnare e si impregnano per costruire relazioni d’amore, lenire povertà.
E oggi, mentre si discute del destino della chiesa, sentiamo il dovere di dire una cosa con chiarezza: questa non è una battaglia contro qualcuno.
È una richiesta di rispetto per una memoria e, soprattutto, per un bisogno reale che continua ogni giorno.
Nel Movimento Celestiniano questa memoria ha un nome che ci precede e ci sostiene:S. Pietro Celestino V. Non come figura lontana, ma come stile concreto: essenzialità, misericordia, pace, attenzione agli ultimi: una fede che non si esibisce, ma si traduce in cura quotidiana, dignità, presenza. Per questo, quando parliamo di questa chiesa, non difendiamo un edificio: difendiamo un modo di essere comunità, radicato nella storia più profonda dell’Aquila.
La chiesa: non un simbolo, una realtà
Chi lo ha conosciuto lo sa: Padre Quirino non cercava riflettori. Cercava ordine, pulizia, dignità.
E questa chiesa porta ancora addosso la sua impronta: la messa preparata con cura, l’altare in ordine, i fedeli accolti come persone e non come “numeri”.
Ed è qui che si vede il senso più autentico della nostra radice celestiniana: la dignità non è un’idea astratta, è un modo di fare.
È preparare un luogo perché sia accogliente, è chiamare le persone per nome, è non lasciare nessuno “fuori” dalla propria umanità.
S. Pietro Celestino V ci ha lasciato un’eredità di semplicità e misericordia, con gesti ed opere decisivi.
La fraternità francescana di S. Giuliano regola i riti religiosi con la stessa cura e dedizione di sempre.
E proprio perché qui si svolgono ancora funzioni religiose regolarmente, non possiamo parlare del futuro della chiesa come se fosse un tema solo tecnico o urbanistico.
Per alcuni è un luogo di fede, per altri è un luogo di speranza, per molti è entrambe le cose.
Regole e accoglienza: due esigenze che non devono diventare nemiche
In questi mesi il dibattito pubblico si è polarizzato:
- da una parte il richiamo al rispetto delle regole, con la posizione del Comune e i riferimenti agli atti e alle sentenze;
- dall’altra la richiesta di non spegnere un presidio di solidarietà d’emergenza, davanti a bisogni che non aspettano.

Noi crediamo che la città dell’Aquila meriti di meglio di uno scontro.
Il rispetto della legalità è un valore.
L’accoglienza e la tutela della dignità umana lo sono altrettanto.
E allora la domanda vera non è “chi ha ragione”. La domanda vera è: come troviamo una soluzione che non dimentichi nessuno e non lasci indietro nessuno
Forse è proprio qui che la figura di S. Pietro Celestino V può aiutarci: non come bandiera, ma come bussola. La sua storia ci ricorda che una comunità matura non mette in competizione coscienza e istituzioni, legge e misericordia.
Le tiene insieme, cercando un equilibrio che non umili nessuno e che non trasformi l’emergenza in una guerra di posizioni.
È questo lo spirito che vorremmo riportare al centro: responsabilità, dialogo e soluzioni praticabili.
Le voci della città: un patrimonio, non una minaccia
In questi giorni abbiamo visto emergere – anche in modo critico – sensibilità diverse, e vogliamo riconoscerle senza usarle come armi.
- C’è chi, come alcune forze civiche e politiche, ha chiesto di evitare parole e toni che feriscono, e di riportare il tema sul piano umano, senza propaganda.
- C’è chi ha ribadito che la chiesa e ciò che le ruota intorno sono state, nel post-sisma, un punto di riferimento umano e sociale.
- E c’è chi, pur con posizioni differenti, ha detto una cosa importante: la città deve trovare una strada, non solo una sentenza.

Noi non vogliamo “vincere” un confronto.
Vogliamo costruire un passaggio praticabile.
Una proposta di conciliazione: soluzioni possibili, immediate e verificabili
Qui non basta commuoversi. Servono strade reali. E la strada è il dialogo, con proposte concrete.
Riprendiamo lo spirito di quanto indicato da Paolo Giorgi (Pierino): mettere al centro la continuità del servizio, dentro un perimetro chiaro e condiviso con le istituzioni.
Ecco alcune soluzioni realistiche, a tappe:
1) Tavolo operativo con Comune, Prefettura e terzo settore
Non un incontro “di facciata”, ma un tavolo con obiettivi misurabili:
- mappare i bisogni reali (posti letto, emergenze notturne, vulnerabilità);
- definire cosa è utilizzabile subito e cosa no;
- stabilire una gestione coordinata per non improvvisare.
2) Convenzione aggiornata e responsabilità chiare
Se l’obiettivo comune è evitare abusi e garantire sicurezza, la soluzione è scrivere regole nuove:
- tempi,
- responsabilità,
- controlli,
- destinazioni d’uso compatibili,
- e soprattutto un piano di transizione.
3) Piano “doppio binario”: fede e accoglienza non si escludono
La chiesa non è solo una stanza. È un luogo di culto.
Se una parte della struttura deve essere riconvertita o riorganizzata, va fatto con rispetto:
- garantendo la continuità delle funzioni religiose;
- salvaguardando tradizione e memoria del luogo ;
- assicurando che chi cerca aiuto non venga trattato come un problema da spostare.
4) Inserire il tema nella visione di città (Piazza d’Armi e parco urbano)
Se davvero Piazza d’Armi è destinata a diventare un grande spazio urbano, la domanda è:
che posto hanno i presìdi sociali e spirituali dentro una città che vuole essere comunità?
Valutare l’integrazione nel progetto complessivo (con una destinazione compatibile e formalizzata) significa passare dal “caso” alla “visione”.
E dentro questa visione c’è anche una responsabilità più ampia: L’Aquila 2026 – Capitale italiana della Cultura.
Perché “cultura” non è solo un calendario di eventi o turismo: è il modo in cui una città si racconta e si prende cura della propria comunità.
La radice celestiniana dell’accoglienza, la capacità di tenere insieme regole e umanità: tutto questo è cultura viva, concreta, riconoscibile.
Se Piazza d’Armi diventa uno spazio simbolo della città che rinasce, allora vale la pena chiederci se e come questo presidio possa restare parte del progetto, con una forma chiara, condivisa e compatibile.
Perché lo diciamo: perché l’accoglienza è il nostro cuore
Noi non chiediamo privilegi. Chiediamo ascolto.
Chiediamo che la città non perda un luogo che ha curato ferite quando nessuno aveva soluzioni semplici..
Un appello sobrio, fermo, rispettoso
Chiediamo alle istituzioni e a tutta la città di fare un passo: non verso lo scontro, ma verso una soluzione.
Una soluzione che tenga insieme:
- legalità e sicurezza,
- dignità e accoglienza,
- memoria e futuro.
Noi ci siamo. Con trasparenza, con responsabilità.
Se l’Aquila è anche la città di S. Pietro Celestino V, allora la sua cultura più profonda non sta solo nelle pietre, ma nei valori che le tengono insieme: perdono, sobrietà, cura, responsabilità verso chi è fragile. In questo passaggio delicato, chiediamo che lo spirito celestiniano resti un riferimento comune: non per dividere, ma per costruire una soluzione che sia degna della città e delle persone che la abitano.
Aprendo l’anno di L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026, il Presidente Sergio Mattarella ha ricordato che L’Aquila è “terra di Celestino V” e che il Perdono da lui elargito, “scardinando ogni privilegio di ricchezza o di classe sociale, divenne un gesto rivoluzionario”.
È una frase che ci parla anche oggi: perché ci ricorda che la cultura di una città non è solo ciò che espone o celebra, ma ciò che rende possibile nella vita reale.
La Perdonanza, ha detto ancora il Presidente, “è assai più di un rito che si ripete… è un segno universale”.
Per questo chiediamo che lo spirito celestiniano resti un riferimento comune: non per dividere, ma per costruire una soluzione che tenga insieme legalità e sicurezza, dignità e accoglienza, memoria e futuro.
Redazione Movimento Celestiniano
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